NOME IN CODICE RUTILIUS Quelle larghe intese tra lo Stato e la mafia Documenti – I mandanti occulti

Quelle larghe intese tra lo Stato e la mafia

Documenti – I mandanti occulti

20 anni di trattative (almeno tre) minuto per minuto nelle ultime indagini dei pm di Palermo, che interrogano politici e funzionari della IIa Repubblica
Qualcuno trattò con la mafia per una malintesa “ragion di Stato”, qualcun altro per salvarsi la pelle, altri ancora per fermare le stragi di mafia che avevano messo in ginocchio l’Italia, altri infine per favorire Cosa Nostra in cambio di voti. Ma il risultato delle trattative – che sono almeno tre, nel biennio terribile 1992-1994 – fu comunque devastante: Cosa Nostra, che con la svolta terroristica di Riina, di Bagarella e dei Graviano, aveva gettato le basi per la sua fine, rinacque a nuova vita, grazie a una formidabile arma di ricatto sulla politica tutta: una cambiale che forse non ha ancora finito di incassare dallo Stato. Ecco l’agghiacciante conclusione a cui è giunta la Procura di Palermo nell’indagine sui negoziati Stato-mafia che fecero da sfondo alle stragi del 1992-‘93 e che hanno condizionato la politica negli ultimi 17 anni. Di questo ha parlato o dovrà parlare nei prossimi giorni davanti ai pm una lunga fila di politici, ufficiali dei Carabinieri, dirigenti delle forze dell’ordine e del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap). In veste di testimoni, con l’obbligo di dire la verità. Possibilmente, tutta.

1985-1987. Il rapporto di pacifica convivenza tra lo Stato e Cosa Nostra entra bruscamente in crisi quando il Pool antimafia di Falcone, Borsellino e altri valorosi magistrati alza il tiro delle indagini e, col maxi-processo alla Cupola nato dalle rivelazioni dei primi pentiti Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Nino Calderone,comincia a occuparsi anche di politici: Vito Ciancimino e i cugini Nino e Ignazio Salvo. Con l’arresto dei primi intoccabili, tutti dirigenti della Dc siciliana, ben si comprende che nulla sarà più come prima.

1987. La reazione di Cosa Nostra al maxi-processo non si fa attendere: la mafia decide di punire la Dc dirottando i suoi voti in Sicilia sul Psi e, in misura minore, sui Radicali (ritenuti utilissimi per il loro ipergarantismo). Per agganciare Craxi, o qualcuno del suo entourage, nel novembre 1986 il boss catanese Nitto Santapaola organizza un attentato dimostrativo alla villa milanese di Silvio Berlusconi, in via Rovani, nel tentativo di usare come tramite un vecchio amico dei mafiosi ben inserito in casa del Cavaliere: Marcello Dell’Utri. Alle elezioni politiche del 1987 la mafia vota e fa votare per il Psi, che in Sicilia candida come capolista Claudio Martelli. Nel 1989 gli attentati mafiosi a Catania contro i grandi magazzini Standa (all’epoca di proprietà di Berlusconi), interrotti – secondo i giudici – grazie alla mediazione del solito Dell’Utri.

1991. Il rapporto coi socialisti delude Cosa Nostra, che torna ad appoggiare la Dc alle elezioni siciliane, facendo eleggere deputato regionale – sempre secondo i magistrati – l’andreottiano Giuseppe Gianmarinaro. Anche perché i cugini Salvo e il plenipotenziario di Andreotti nell’isola, Salvo Lima, hanno garantito che il maxi-processo verrà annullato in Cassazione dal solito Corrado Carnevale, detto l’“Ammazzasentenze”.

1992, gennaio. Grazie alla rotazione dei presidenti alla Suprema Corte – sollecitata dal ministro della Giustizia del governo Andreotti, Claudio Martelli, su input del direttore degli Affari penali Giovanni Falcone – a presiedere il collegio del “maxi” non è Carnevale, ma Arnaldo Valente. Il 30 gennaio la Corte conferma le condanne dei boss, molti dei quali non usciranno vivi dal carcere.

1992, febbraio-marzo. La reazione di Riina, delegittimato agli occhi dei padrini detenuti e dell’organizzazione tutta, contro i politici che l’hanno “tradito”, è rabbiosa e feroce: il 12 marzo fa assassinare l’eurodeputato Salvo Lima e, pochi mesi dopo, l’altro garante del patto non rispettato, Ignazio Salvo (il cugino Nino è morto per conto suo qualche mese prima). Ma nel mirino del capo dei capi ci sono anche altri politici considerati “traditori”: i sicilianiCalogero Mannino (Dc, ministro del Mezzogiorno nel governo Andreotti), Carlo Vizzini (Psdi, ministro delle Poste e Telecomunicazioni), Sebastiano Purpura (Dc corrente Lima, assessore regionale al Bilancio) e Salvo Andò (dirigente socialista catanese e futuro ministro della Difesa), più Claudio Martelli (Psi, ministro della Giustizia, eletto in Sicilia nel 1987), e l’allora premier Giulio Andreotti, senatore a vita e favoritissimo per il Quirinale (la cui corrente ha la sua magna pars nell’isola). Gli interessati lo sanno in tempo reale. Il 16 marzo, in una nota riservata del capo della Polizia Vincenzo Parisi che cita una fonte anonima e che è stato rinvenuto di recente dagli inquirenti, si legge: “Sono state rivolte minacce di morte contro il signor Presidente del Consiglio e i ministri Vizzini e Mannino… Per marzo-luglio campagna terroristica con omicidi esponenti Dc, Psi et Pds, nonché sequestro et omicidio futuro presidente della Repubblica (Andreotti, ndr)… Strategia comprendente anche episodi stragisti”. Quattro giorni dopo, in commissione Affari costituzionali del Senato, il ministro dell’Interno Vincenzo Scottiparla di un “piano destabilizzante” contro lo Stato. Tangentopoli intanto, detonata il 17 febbraio con l’arresto diMario Chiesa, demolisce dalle fondamenta una classe politica che non si regge più in piedi. Cosa Nostra si attiva subito per crearsi nuovi referenti politici intorno a vaghi progetti secessionisti (le famose “leghe meridionali”), sul modello della Lega Nord che spopola nel Lombardo-Veneto.

1992, aprile-maggio. Accantonato il progetto di eliminare Andreotti, o uno dei suoi figli, a causa delle eccezionali misure di sicurezza, Riina ordina di eseguire una condanna a morte emessa da tempo: quella contro il simbolo del “maxi”, Giovanni Falcone. “Quando venne ucciso Lima – racconterà Giovanni Brusca – Riina mi disse che Ciancimino e Dell’Utri si erano proposti come nuovi referenti per i rapporti con i politici”. Il 21 maggio Paolo Borsellino rilascia una clamorosa intervista a due giornalisti francesi di Canal Plus, in cui parla di vecchie e nuove indagini sul mafioso Vittorio Mangano, già “stalliere” ad Arcore, e sui suoi rapporti con Berlusconi e Dell’Utri. L’intervista non va in onda (verrà scoperta da Rainews24 solo nel 2000), ma è probabile che giunga agli orecchi dell’entourage berlusconiano, visti i rapporti della Fininvest col mondo televisivo francese. Due giorni dopo, il 23 maggio Falcone, la moglie e la scorta saltano in aria a Capaci: proprio alla vigilia della prevista elezione di Andreotti a presidente della Repubblica. Il senatore, messo kappaò dall’uno-due Lima-Falcone, deve cedere il passo all’ex ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro.

1992, giugno. Il giorno 8 i ministri Scotti e Martelli firmano un durissimo decreto antimafia che perfeziona il 41-bis, l’articolo dell’ordinamento penitenziario che regola l’isolamento carcerario per i boss: il Parlamento ha due mesi di tempo per convertirlo in legge, ma i partiti, asciugate frettolosamente le lacrime per Capaci, non paiono granché intenzionati a farlo. Intanto Scalfaro incarica Giuliano Amato di formare il nuovo governo (anche Craxi è ormai fuori gioco e attende il suo primo avviso di garanzia per Tangentopoli). Negli stessi giorni Marcello Dell’Utri, presidente di Publitalia e braccio destro di Berlusconi, avvia il “progetto Botticelli”: incarica Ezio Cartotto,consulente di Publitalia ed ex esponente della Dc lombarda, di studiare un’iniziativa politica della Fininvest per sostituire i vecchi referenti partitici del gruppo, travolti dagli scandali e giudicati inservibili. Anche lui insomma, come Cosa Nostra, si attiva per riempire il vuoto politico. Frattanto il capitano Giuseppe De Donno del Ros dei Carabinieri aggancia Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo “don” Vito, durante un viaggio aereo, comunicandogli che il suo superiore, colonnello Mario Mori, vicecomandante del Ros, vuole incontrare suo padre per vedere come si possano fermare le stragi. Parte quella che non solo Ciancimino jr. e numerosi mafiosi pentiti, ma anche i magistrati considerano la prima vera e propria trattativa fra lo Stato e la mafia. Da quel momento Vito Ciancimino diventa il tramite fra il Ros e il vertice di Cosa Nostra, rappresentato da Riina e Bernardo Provenzano (Ciancimino è legatissimo soprattutto a quest’ultimo). Nonostante le smentite di Mori, i magistrati si sono convinti che Mori avesse avviato i primi colloqui con Ciancimino già prima della strage di via D’Amelio, cioè almeno a metà giugno. Riina è felicissimo: come racconta Giovanni Brusca, in una riunione tenuta nei primi giorni di luglio, “Riina andava mostrando orgoglioso un papello con una serie di richieste: dall’abolizione del carcere duro alla revisione dei processi” e ripeteva: “Lo Stato finalmente si è fatto sotto, gli abbiamo fatto un papello così”. Il papello di Riina viene consegnato ai Ciancimino dall’intermediario Antonino Cinà, medico legato a Cosa Nostra. Don Vito ne passa subito una copia – come racconta il figlio – al fantomatico “signor Carlo” o “Franco”, uomo dei servizi segreti che segue come un’ombra l’ex sindaco. A sua volta Carlo-Franco, sempre secondo Massimo, fa avere il papello a Mori (che nega di averlo mai visto e “data” i primi colloqui con Ciancimino soltanto dopo la strage di via D’Amelio). Il papello contiene le richieste della mafia allo Stato in cambio della fine delle stragi: via il 41-bis (appena istituzionalizzato dal decreto Scotti-Martelli), i benefìci ai pentiti, l’ergastolo e il sequestro dei beni ai mafiosi, norme per consentire ai mafiosi la “dissociazione come le Brigate rosse” e la revisione del “maxi”, e così via. Fra il 17 e il 19 giugno 1992 Martelli avverte Paolo Borsellino – che indaga forsennatamente sulla morte di Falcone – dei colloqui in corso fra il Ros e Ciancimino, e lo fa attraverso Liliana Ferraro, la giudice che ha sostituito Falcone al ministero. La Ferraro incontra il magistrato in una saletta dell’aeroporto di Fiumicino. Subito dopo vede anche il futuro ministro della Difesa Salvo Andò. “Mio marito – racconta Agnese ai pm – non mi fece partecipare all’incontro con la dottoressa Ferraro. E non mi riferì nulla, salvo quanto detto dal ministro Andò: cioè che era giunta notizia da fonte confidenziale che dovevano fare una strage per uccidere Paolo con l’esplosivo. Mi disse che era stata inviata una nota alla Procura di Palermo al riguardo, e che Andò, di fronte alla sorpresa di mio marito, gli chiese: ‘Come mai non sa niente?’. In pratica, la nota che riguardava la sicurezza di mio marito era arrivata sul tavolo del procuratore Giammanco, ma Paolo non lo sapeva. Paolo perse le staffe, tanto da farsi male a una delle mani che, mi disse, batté violentemente sul tavolo del procuratore”. Intorno al 25 giugno Borsellino incontra Mori, ma non nel suo ufficio in Procura, bensì in un luogo più defilato: la caserma dei Carabinieri di via Carini a Palermo. Mori oggi nega che si sia parlato dei suoi colloqui con Ciancimino, ma i pm non gli credono: è altamente improbabile che Borsellino, appena informato dalla Ferraro, non abbia chiesto spiegazioni al diretto interessato. Anche perché quei “colloqui” tra mafia e pezzi dello Stato erano diventati una delle sue ossessioni.

Il 28 giugno si insedia il governo Amato. Pressioni indicibili per rimuovere Vincenzo Scotti dall’Interno e Claudio Martelli dalla Giustizia: cioè i due ministri di Andreotti che, nell’ultimo biennio, sotto l’impulso di Falcone al ministero, hanno varato dure leggi antimafia. Martelli punta i piedi e riesce a farsi confermare Guardasigilli dal Psi. Invece la Dc scarica Scotti, dirottato agli Esteri e rimpiazzato al Viminale da Nicola Mancino, considerato a torto o a ragione più “morbido”, forse perché esponente della sinistra Dc, la corrente di Calogero Mannino. Quello stesso Mannino che Riina voleva eliminare. Lo racconta Brusca, nelle sue recentissime dichiarazioni dinanzi ai pm: “Era stata stilata una lista di politici da uccidere. Per Mannino avevo già avviato gli appostamenti, poi a metà luglio fu bloccato tutto”. Oggi, a insospettire i pm, ci sono gli ottimi rapporti esistenti fra Mannino e l’allora comandante del Ros, generale Antonio Subranni, agrigentino di adozione mentre Mannino lo è di nascita. Un ulteriore elemento che potrebbe spiegare la trattativa del Ros come un tentativo dei politici nel mirino di salvarsi la pelle. La vedova Borsellino, Agnese, racconta che poche ore prima di morire il marito le confidò che Subranni era addirittura “punciutu”, cioè affiliato a Cosa Nostra (l’interessato ovviamente smentisce). Martelli ricorda di essersi “lamentato col ministro dell’Interno Mancino della condotta del Ros: ‘Che stan facendo questi? Perché pigliano iniziative autonome?’”. Mancino nega pure quel colloquio.

1992, luglio. Il giorno 1 Borsellino è a Roma per sentire un nuovo pentito, Gaspare Mutolo, che da tempo chiede di parlare con lui, ma che solo ora Giammanco l’ha autorizzato a interrogare. Mutolo preannuncia a Paolo che parlerà dei rapporti con Cosa Nostra di uomini delle istituzioni: il numero tre del Sisde Bruno Contrada e il giudice Domenico Signorino. Durante l’interrogatorio, Borsellino viene convocato d’urgenza al Viminale, dove si sta insediando il ministro Mancino. Il giudice incontra sicuramente il capo della Polizia Vincenzo Parisi e quel Contrada di cui Mutolo gli aveva appena parlato e di cui da anni il giudice diffidava, come pure Falcone. È pure certo – lo testimonia il collega Vittorio Aliquò, che lo accompagnava – che Borsellino viene condotto fin davanti all’ufficio di Mancino. Il quale però nega di averlo incontrato, se non forse per una sbrigativa “stretta di mano”. Sta di fatto che, tornato da Mutolo, Borsellino è sconvolto, fuma due sigarette alla volta, confida al pentito di aver appena visto Contrada. E quella sera, sul suo diario (l’agenda grigia, ritrovata dagli inquirenti diversamente da quella rossa, scomparsa dalla scena di via D’Amelio), annota “ore 18.30 Parisi, ore 19.30 Mancino”. Mancino smentirà anche l’agenda di Borsellino.
Sul fronte mafioso, Riina è deluso per lo stallo della trattativa, forse per il cambio di governo, o forse per l’azione di disturbo messa in campo da Borsellino che non ne vuole sapere. Sta di fatto che confida a Brusca, come riferisce quest’ultimo: “Si sono rifatti sotto. Bisogna dare un altro colpetto per convincere chi di competenza a trattare”: cioè alzare il tiro e dunque il prezzo della trattativa, visto che il papello era giudicato “troppo esoso”, e indurre lo Stato a più miti consigli con una nuova, terribile, spettacolare prova di forza. Come? Con l’assassinio di Borsellino, che si sta mettendo di traverso sulla strada della trattativa. “Le trattative esistenti furono – aggiunge Brusca – la causa determinante dell’accelerazione del progetto di eliminazione del dottor Borsellino. Sotto sotto, siamo stati pilotati dai Carabinieri”. Borsellino confida alla moglie che gli “resta ancora poco tempo” e intensifica furiosamente i ritmi di lavoro per venire a capo dei retroscena di Capaci. Sabato 18 luglio – ricorda Agnese – “feci una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini, senza la scorta. Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò accadesse. Pochi giorni prima di essere ucciso, si confessò e fece la comunione… Mio marito mi disse testualmente che ‘c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato’. Me lo disse intorno a metà giugno. Nello stesso periodo mi disse che aveva visto ‘la mafia in diretta’, parlandomi di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato”. Fra i quali, secondo Agnese, Subranni. Domenica 19 luglio Borsellino e i suoi uomini saltano in aria in via D’Amelio, davanti alla casa dell’anziana madre del magistrato dove, nonostante i ripetuti solleciti della scorta, nè Giammanco né la Prefettura né la Questura hanno vietato il posteggio alle auto. Sulla strage le forze dell’ordine attuano una spettacolare operazione di depistaggio, per far ricadere la colpa su alcuni quacquaracquà della manovalanza criminale, come i falsi pentiti Scarantino e Scandura: operazione smascherata di recente dal pentito Gaspare Spatuzza, vero esecutore della strage su mandato dei fratelli Graviano.

1992, agosto-settembre. Il 1° agosto, sull’onda dell’emozione per via D’Amelio, il Parlamento converte finalmente in legge il Decreto antimafia di Martelli e Scotti, approntato dal governo Amato dopo Capaci, ma subito accantonato dai partiti. Il 41-bis viene inasprito e subito sperimentato da centinaia di mafiosi prelevati nella notte dopo la strage e tradotti nei supercarceri di Pianosa e Asinara. In Cosa Nostra si apre il dibattito sull’efficacia della strategia stragista di Riina, che ha “costretto” lo Stato al giro di vite antimafia. I colloqui e le trattative Ros-Ciancimino proseguono per tutta l’estate (e non solo quelle: c’è anche il negoziato avviato con i carabinieri da uno strano confidente, Paolo Bellini, per mitigare le condizioni carcerarie dei boss in cambio del ritrovamento di alcune opere d’arte rubate da mafiosi o da malavitosi in contatto con loro). Intanto, a Roma – come racconta oggi ai pm Edoardo Fazioli, numero due del Dap – alla direzione delle carceri si discute una normativa che consenta ai mafiosi di uscire dall’isolamento (appena consacrato col decreto sul 41-bis) senza l’obbligo di collaborare con la giustizia, ma semplicemente dissociandosi a costo zero dall’organizzazione: proprio come chiede Riina nel papello. La politica distensiva dello Stato richiede una risposta analoga da Cosa Nostra. Infatti, negli stessi giorni, Bernardo Provenzano (vero referente di Ciancimino, che vede con sospetto la follia sanguinaria di Riina) viene individuato come l’interlocutore più credibile per gestire la Pax Mafiosa che seguirà alle stragi. Riina ormai è bruciato.

1992, ottobre-dicembre. Ciancimino chiede più volte di essere sentito dalla commissione Antimafia, presieduta dal 25 settembre dal Pds Luciano Violante. Lo fa pubblicamente, senza alcun esito, ma anche riservatamente tramite Mori, che a settembre incontra Violante e gli propone un tête à tête segreto con l’ex sindaco. Violante rifiuta e chiede a Mori se abbia informato la Procura di Palermo. Ma, alla risposta negativa del colonnello (“è cosa politica”), si guarda bene dal domandare all’alto ufficiale spiegazioni su quella “cosa politica” (c’è una trattativa con dei mafiosi? E chi l’ha decisa? E quali politici l’hanno avallata? E a quale fine?). Ma, soprattutto, si guarda bene dall’informare egli stesso i magistrati, i quali – sapendo o intuendo trattative fra Stato e mafia – avrebbero potuto bloccarle sul nascere, come avrebbe voluto fare Borsellino se non gli fosse stato impedito col tritolo. La circostanza sembra confermare il racconto di Massimo Ciancimino: suo padre voleva saggiare la copertura politica del Ros, per evitare di bruciarsi le dita, e chiese al signor Franco-Carlo che la trattativa fosse garantita politicamente dal governo (e lì sarebbe giunto l’avallo di Mancino), ma anche da Violante per l’opposizione (ma su quel fronte l’esito fu negativo). Ciancimino jr. racconta pure che, sullo scorcio del 1992, Provenzano fece recapitare a suo padre, e da lui al Ros, le mappe della città di Palermo con i possibili nascondigli di Riina. Il Ros nega. In ogni caso, la trattativa s’interrompe bruscamente perché don Vito (finora agli arresti domiciliari) viene improvvisamente arrestato il 19 dicembre per uno strano autogol (secondo Massimo, suggerito dai Carabinieri): una bizzarra richiesta di riavere il passaporto, che fa pensare a un improbabile progetto di fuga e innesca il suo arresto.

1993, gennaio. Il giorno 15 anche Riina viene arrestato a Palermo dagli uomini del Ros. I quali, com’è noto, ingannano la Procura (dove s’è appena insediato il nuovo capo Gian Carlo Caselli) e ottengono il rinvio sine die della perquisizione del covo, con la falsa promessa di sorvegliarlo notte e giorno. In realtà abbandonano subito il covo, lasciandolo incustodito e consentendo a Cosa Nostra di perquisirlo, svuotarlo (secondo Brusca, anche dell’originale del “papello” e di altre carte inerenti la trattativa) e ripulirlo indisturbati. Secondo le confidenze di Ciancimino al figlio, quello era il prezzo da pagare a Binnu in cambio della testa di Riina. Brusca racconta che, all’indomani dell’arresto di Riina, Leoluca Bagarella “voleva fare un attentato a Mancino, terminale finale della trattativa” Ros-Ciancimino, che aveva portato solo guai a Cosa Nostra: “Ci sentivamo usati, traditi”. Finora, in effetti, la trattativa ha sospeso la strategia stragista di Cosa Nostra, facendo respirare lo Stato, e ha consentito alla classe politica di rilegittimarsi nonostante gli scandali, sventolando lo scalpo di Riina. Ma nessun vantaggio ha portato alla mafia. Don Vito, dopo il suo arresto, si convince di essere stato estromesso dalla trattativa per aprire la strada a un nuovo referente che si sarebbe fatto avanti nel frattempo: a suo dire, Marcello Dell’Utri. Il quale infatti, a cavallo tra il 1992 e il ‘93, ha ideato con Berlusconi l’embrione del partito Fininvest, che si chiamerà Forza Italia. E così Vito Ciancimino, poco dopo l’arresto, nei primi mesi del ‘93 si sfoga in un appunto vergato nervosamente in carcere: “In piena coscienza oggi posso affermare che sia io, che Marcello Dell’Utri ed anche indirettamente Silvio Berlusconi siamo figli dello stesso sistema, ma abbiamo subito trattamenti diversi soltanto ed unicamente per motivi ‘geografici’. Sia Ciancimino che Dell’Utri sono cresciuti imprenditorialmente a stretto legame con esponenti legati al noto mondo politico mafioso secondo quanto già scritto in noti rapporti giudiziari. Già la Interpol di Milano nei primi anni ‘80 aveva ampiamente accertato la vicinanza ed i rapporti diretti di Dell’Utri con noti esponenti mafiosi… Siamo figli della stessa Lupa…”. La prima trattativa finisce qui. Avanti con la seconda.

1993, FEBBRAIO-MARZO. Tangentopoli coinvolge all’improvviso l’“uomo nuovo” del Psi e della politica italiana, il Guardasigilli Claudio Martelli, in una vecchia storia degli anni 80, legata al crac dell’Ambrosiano e alla P2: la maxi-tangente pagata da Roberto Calvi, su sollecitazione di Licio Gelli, al Psi di Craxi. Le improvvise confessioni dell’architetto craxiano Silvano Larini (titolare del conto svizzero “Protezione”) ma soprattutto di Gelli mettono fuori gioco Martelli, che viene indagato e si dimette dal governo il 10 febbraio, sostituito da un tecnico: l’ex presidente della Consulta Giovanni Conso. Il 12 febbraio si riunisce il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. E qui – racconterà Niccolò Amato, capo del Dap (cioè direttore delle carceri) – il capo della PoliziaParisi esprime “riserve sull’eccessiva durezza” del 41-bis per i mafiosi detenuti a Pianosa e Asinara. Nei verbali della riunione, però, l’intervento di Parisi non risulta. Anzi, nella successiva riunione del Comitato del 6 marzo, l’addolcimento del 41-bis lo invoca proprio Niccolò Amato, socialista e avvocato difensore di Craxi, citando presunte riserve di Parisi e auspicando un’uscita dall’“emergenza” del dopo-stragi. Sia come sia, uno dei punti qualificanti del “papello” di Riina entra ufficialmente nell’agenda politico-istituzionale. Nel frattempo Tangentopoli arriva ai vertici di tutti i partiti: i segretari Dc, Psi, Pri, Pli, Psdi coinvolti nella maxi-tangente Enimont, il Pds nelle tangenti rosse diPrimo Greganti. Il 2 marzo Amato e Conso tentano di salvare il salvabile con un decreto che depenalizza l’illecito finanziamento ai partiti. Scalfaro però non lo firma e segna la fine del governo Amato, che si dimetterà poche settimane dopo, all’indomani del referendum elettorale.

LA SECONDA TRATTATIVA

1993, aprile-maggio. Il 4 aprile – racconta Ezio Cartotto, il consulente di Dell’Utri che da quasi un anno lavora al nuovo partito Fininvest – viene convocato ad Arcore per una riunione con Berlusconi e Craxi. Lì il Cavaliere comunica ufficialmente la decisione di entrare in politica. Intanto, al posto del governo Amato, s’insediano i “tecnici” del ministero Ciampi, che però, oltre a Conso alla Giustizia, conferma anche il politico Mancino all’Interno. È l’ultimo tentativo di restituire prestigio alle istituzioni. Cosa Nostra riprende subito la strategia stragista, per mettere definitivamente in ginocchio lo Stato e costringerlo a cedere alle proprie richieste. Il 14 maggio, l’attentato aMaurizio Costanzo in via Fauro, nel quartiere romano dei Parioli: per la prima volta Cosa Nostra colpisce fuori della Sicilia. Costanzo, che in quei giorni è fra gli oppositori del progetto Forza Italia dentro il mondo Fininvest, si salva per miracolo. Negli stessi giorni Conso e il Dap revocano, all’insaputa dei giudici e degli italiani, il 41-bis a 140 detenuti “minori”. Provvedimento firmato dal vice di Niccolò Amato, Edoardo Fazioli. Il 27 maggio, preannunciata dal ritrovamento pilotato di un proiettile di mortaio nel giardino di Boboli, la strage di via deiGeorgofili, a Firenze, che semina morti e feriti e manda in briciole la Torre dei Pulci, attigua agli Uffizi.

1993, giugno-luglio. Il 2 giugno viene ritrovata una bomba inesplosa in via dei Sabini a Roma, rivendicata dalla “Falange Armata”, ritenuta emanazione dei servizi deviati. Qualche giorno dopo Niccolò Amato viene rimosso dal Dap (tornerà a fare l’avvocato e difenderà, fra l’altro, Vito Ciancimino). Ora sostiene che il suo siluramento fu causato dalla sua linea dura sul 41-bis e ordinato dal capo della Polizia Parisi, che avrebbe attivato contro di lui Scalfaro e Conso. Scalfaro nega tutto: “Non ho alcun ricordo della persona di Amato, non sono neppure in grado di affermare di averlo mai conosciuto”. Ma monsignor Fabio Fabbri, segretario dell’allora ispettore generale dei cappellani delle carceri, monsignor Cesare Curioni, vecchio amico di Scalfaro, testimonia che Scalfaro li convocò entrambi al Quirinale per preannunciare loro la rimozione di Amato, per via delle scortesie che aveva loro inflitto. Anche Gaetano Gifuni, fedelissimo di Scalfaro e segretario del Quirinale, conferma che Amato fu rimosso “sostanzialmente nell’accordo tra il ministro Conso, il presidente del Consiglio Ciampi e il presidente della Repubblica Scalfaro”. Il nuovo direttore delle carceri è un vecchio magistrato, Adalberto Capriotti, amico di Scalfaro. Ma il vero uomo forte del Dap è un altro magistrato proveniente da Milano, Francesco Di Maggio. Il quale però non ha l’anzianità necessaria per ricoprire l’incarico, tant’è che deve intervenire ancora una volta Scalfaro, con apposito decreto del presidente della Repubblica, per nominarlo consigliere della Presidenza del Consiglio e parificarlo ai dirigenti generali dello Stato. Il 26 giugno Capriotti invia a Conso un appunto in cui propone diridurre del 10 percento il numero dei detenuti al 41-bis (“Si tratta di soggetti, allo stato 373, di media pericolosità, appartenenti ad organizzazioni criminali nelle quali non hanno rivestito posizioni di particolare rilievo… I decreti relativi a tali detenuti potrebbero, alla scadenza, non essere rinnovati, fatti salvi singoli casi da sottoporre, di volta in volta, all’attenzione dell’onorevole ministro, su segnalazione dell’autorità giudiziaria o del ministro dell’Interno”): un taglio “lineare” assurdo, visto che ciascun detenuto fa storia a sé e va esaminato singolarmente. La proposta, sulle prime, resta lettera morta, tant’è che il 16 luglio Conso proroga altri 240 misure di 41-bis. Ma a fine mese tutto precipita: nella notte del 27-28 luglio Cosa Nostra torna a colpire il patrimonio artistico e religioso, con le bombe simultanee in via Palestro a Milano (padiglione di Arte contemporanea) e alle basiliche del Velabro e di San Giovanni in Laterano a Roma. Con l’aggiunta del celebre black out telefonico a Palazzo Chigi che fa temere il golpe al premier Ciampi. L’indomani si suicida (o viene suicidato) in carcere uno dei personaggi chiave delle stragi del 1992, Antonino Gioè, visitato negli ultimi tempi in carcere da uomini dei servizi segreti e coinvolto nella “trattativa Bellini”. L’11 agosto il boss della camorra Francesco Schiavone detto “Sandokan” scrive a Scalfaro per chiedere la revoca del suo 41-bis: mafia, camorra e ‘ndrangheta concordano i messaggi alle istituzioni sul punto più urgente del papello: il trattamento carcerario dei boss detenuti.

1993, settembre-ottobre. L’11 settembre lo Sco della Polizia invia alla commissione Antimafia una nota riservata sulle stragi della primavera-estate: “Obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l’organizzazione: il ‘carcerario’ e il ‘pentitismo’”. Le bombe di Firenze, Milano e Roma “non avrebbero dovuto realizzare stragi, ponendosi invece come tessere di un mosaico inteso a creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una ‘trattativa’, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa nostra anche canali istituzionali”. L’allarme trattativa viene ignorato dalla classe politica. E chissà se giunge sul tavolo del ministro Conso, alle prese con la spinosa questione dei 41-bis. Il 21 settembre, altra bomba, stavolta soltanto dimostrativa, sul treno Freccia dell’Etna. In ottobre nasce ufficialmente “Sicilia Libera”, fondata a Palermo dal mafioso Tullio Cannella: l’ennesimo partito secessionista, ultimo nato di una serie di “leghe meridionali” create da personaggi legati a mafie, servizi, eversione nera e logge spurie, alcuni in contatto con emissari della Lega Nord e uno – il principe Napoleone Orsini – in rapporti telefonici con Dell’Utri. Il 17 ottobre viene scarcerato con due anni di anticipo, per presunta buona condotta, Schiavone-Sandokan. Il 30 lo scandalo dei fondi neri Sisde coinvolge Scalfaro e Mancino, accusati (anzi, si scoprirà, calunniati) dall’ex direttore del servizio civile Riccardo Malpica e da vari funzionari infedeli nella logica del “muoia Sansone con tutti i filistei”.

1993, novembre-dicembre. Scalfaro smaschera la manovra dei suoi accusatori con un celebre videomessaggio a reti unificate: “A questo gioco al massacro io non ci sto. Prima hanno provato con le bombe e ora col più ignobile degli scandali”. Insomma denuncia una strategia paragolpista e coordinata da uomini dei vecchi servizi in combutta con chi mette le bombe per destabilizzare le istituzioni e allargare il vuoto politico che qualcuno arriverà a riempire: è il 3 novembre, mancano due mesi allo scioglimento anticipato delle Camere e cinque mesi alle elezioni politiche. Il 5 novembre scade il 41-bis per ben 340 mafiosi in isolamento, anche di grosso calibro. La Procura di Palermo, richiesta di un parere da Capriotti, sollecita il Guardasigilli a rinnovarli tutti: i due procuratori aggiunti di Caselli, Vittorio Aliquò e Luigi Croce, evidenziano “l’inopportunità di eventuali modifiche dell’attuale regime carcerario” ed esprimono “parere favorevole alla sua proroga”. Invece Conso se ne infischia e fa esattamente il contrario: non ne rinnova nemmeno uno. Dirà poi di aver fatto tutto da solo, “chiuso nel mio bunker”, dopo averne parlato col ministro dell’Interno Mancino: “Così evitai nuove stragi. Ma non c’è mai stato alcun barlume di trattativa. Decisi in piena solitudine senza informare nessuno: né i funzionari del ministero, né il Consiglio dei ministri, né il premier Ciampi, né il capo del Ros Mario Mori, né il Dap. Non fu per offrire una tregua, una trattativa, una pacificazione, ma per dare un segnale e vedere di fermare la minaccia di altre stragi. Dopo le bombe del ‘93 a Firenze, Milano e Roma, Cosa Nostra taceva. Riina era stato arrestato, il suo successore Provenzano era contrario alle stragi, dunque la mafia adottò una nuova strategia non stragista”. Ma così, negandola, conferma la trattativa Stato-mafia: come faceva infatti Conso, chiuso nel suo bunker, a sapere che Provenzano era il nuovo capo della mafia ed era contrario alle stragi? E che queste erano finalizzate anzitutto all’ammorbidimento del 41-bis (il papello verrà svelato per la prima volta da Brusca solo nel 1996 e consegnato da Ciancimino jr. solo nel 2010)? Chi è dunque il trait d’union fra gli apparati dello Stato e Cosa Nostra? E poi nel 2003, sentito dal pm fiorentino Gabriele Chelazzi proprio sulla revoca di quei 41-bis, Conso non aveva detto nulla di ciò che oggi ammette, anzi rivendicò la propria inflessibilità anche sul trattamento carcerario ai boss mafiosi. In ogni caso, Mancino nega di aver saputo da Conso del mancato rinnovo dei 41-bis (“lo seppi casualmente da un giornalista”). Poi però ammette di aver saputo anche lui che, in Cosa Nostra, si fronteggiavano un’ala “terroristica” legata a Riina e una più “politica” legata a Provenzano. Peccato che all’epoca queste informazioni fossero tutt’altro che di dominio pubblico (altro che averle “lette sui giornali”, come dicono Conso e Mancino): l’ennesima prova che lo Stato aveva canali diretti con Cosa Nostra. Sia Scalfaro sia Ciampi negano di aver mai saputo quel che aveva fatto il loro ministro della Giustizia. Ma è davvero difficile crederci, vista l’importanza del tema mafia in quei mesi e l’attenzione con cui Scalfaro si occupava del Dap.
Risultato finale: fra l’estate e l’autunno 1993 ben 480 mafiosi (prima 140 poi 340) piccoli e grandi escono dall’isolamento, proprio come chiesto un anno prima da Riina nel papello. Da quel momento, guarda caso, le stragi mafiose s’interrompono. Il progetto di attentato ai carabinieri in servizio presso lo stadio Olimpico di Roma dopo il derby Roma-Lazio (progettato, secondo Spatuzza e Brusca, per punire i carabinieri che “non avevano rispettato i patti”) fallisce per un misterioso guasto tecnico all’innesco dell’autobomba e viene rinviato sine die. Naturalmente nel papello non c’era solo la richiesta di alleggerire il 41-bis: Cosa Nostra non si accontenta di così poco. Ma qui finisce la seconda trattativa, quella dei “tecnici” del centrosinistra Prima Repubblica. E, secondo i pm di Palermo, parte la terza: quella con i fondatori di Forza Italia. Per esaudire altre richieste occorre un nuovo governo politico, anzi una nuova classe politica.

LA TERZA TRATTATIVA

1994. Come raccontano vari collaboratori di giustizia, proprio sul finire del 1993 Provenzano butta a mare il progetto Sicilia Libera (sponsorizzato dai boss Cannella, Bagarella, Brusca e Graviano) e stringe un patto di ferro con Dell’Utri per sostenere Forza Italia alle imminenti elezioni anticipate (27-28 marzo 1994), in vista delle “cose buone per noi” che, secondo Nino Giuffrè, avrebbe promesso il braccio destro del Cavaliere. Patto negato con forza da Dell’Utri e ritenuto dimostrato dai giudici di primo grado che l’han condannato a 9 anni. Ma non da quelli di Appello, che gli hanno inflitto 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ma solo fino al 1993, cioè fino a un attimo prima della vittoria di Forza Italia: se Cosa Nostra – sostiene la seconda Corte – appoggiò certamente il partito di Dell’Utri e Berlusconi, non è detto che questi lo sapessero o avessero promesso qualcosa in cambio. Forse furono appoggiati a loro insaputa. Ma la Procura di Palermo la pensa diversamente (infatti ha impugnato in Cassazione la sentenza d’Appello, per far condannare Dell’Utri anche per il periodo “politico” post-1993): infatti ha appena indagato Dell’Utri per la trattativa con Cosa Nostra (la terza, quella del1993-‘94). L’accusa è di attentato a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato: la stessa che vede iscritti sul registro degli indagati Riina, Provenzano, Cinà e i presunti artefici della prima trattativa: Mori, De Donno e Massimo Ciancimino. Resta da inquadrare giuridicamente le posizioni di Berlusconi, che secondo l’accusa avrebbe chiuso la trattativa nel ‘94, indotto o costretto dal fido Marcello: parte lesa del ricatto mafioso o complice dell’“attentato allo Stato” attribuito a Dell’Utri? Per alcuni protagonisti della seconda trattativa, quella del 41-bis del ‘93, c’è invece il rischio concreto della falsa testimonianza.
L’accusa a Dell’Utri si fonda su alcuni dati di fatto obiettivi: come i due incontri con Vittorio Mangano a Milano, negli uffici di Publitalia, annotati dalla segretaria sulle agende del futuro senatore, alle date del 2 e del 21 novembre 1993 (per Dell’Utri e i giudici di Appello, invece, quel Mangano era un omonimo del più noto Vittorio). Ma i collaboratori di giustizia parlano anche di altri successivi incontri fra Dell’Utri e Mangano nel 1994-‘95, durante e dopo il primo governo Berlusconi (caduto il 22 dicembre ‘94).
Poi ci sono le rivelazioni di altri pentiti, da Giuffrè a Spatuzza all’ultimo arrivato, Stefano Lo Verso, già autista di Provenzano, sul presunto patto politico-elettorale stipulato fra Dell’Utri e Cosa Nostra tra il ‘93 e il ‘94. Spatuzza sostiene che il suo capo Giuseppe Graviano gli confidò, a fine ‘93, che le stragi dell’estate non erano cose di mafia, ma di “politica”. E, reincontrandolo al Bar Doney di via Veneto a Roma all’inizio del ‘94, aggiunse: “Quello di Canale5 (Berlusconi, ndr) e il nostro paesano (Dell’Utri, ndr) ci stanno mettendo l’Italia nelle mani”. Pochi giorni dopo, il 26 gennaio, Berlusconi annuncia la sua “discesa in campo”. E l’indomani Giuseppe e Filippo Gravianovengono arrestati a Milano, dove stavano seguendo un giovane calciatore imparentato con mafiosi per procurargli un provino nei pulcini del Milan, provino a cui si interessò personalmente Dell’Utri.
Brusca ricorda che, all’indomani della vittoria di Berlusconi, quando l’Espresso (8 aprile) pubblicò l’ultima intervista di Borsellino ai giornalisti francesi su Mangano, Dell’Utri e Berlusconi, lui spedì Mangano a Milano per lanciare un avvertimento al Cavaliere: “Lo mandai ad avvertire Dell’Utri e Berlusconi, che si preparava a diventare premier, che dovevano scendere a patti e, senza la revisione del maxi-processo e del 41-bis e la fine dei maltrattamenti in carcere, le stragi sarebbero continuate”. L’altro messaggio è più sottile: “Guarda che la sinistra sapeva”. Cioè: se Berlusconi farà qualcosa a beneficio di Cosa Nostra, non incontrerà soverchie opposizioni, perché la mafia sa che dietro la prima trattativa c’era – spiega Brusca – la “sinistra Dc che in quel periodo governava il Paese” ed era dunque ricattabile. Mangano tornò raggiante e annunciò a Brusca la missione compiuta: “Dell’Utri ha detto ‘grazie grazie, a disposizione’”. Insomma Silvio e Marcello “si erano impegnati a soddisfare le nostre richieste”. E la controprova arriva di lì a poco, il 14 luglio 1994, quando il governo Berlusconi vara il decreto Biondi contro la custodia cautelare in carcere, che favorisce non solo i tangentisti, ma anche i mafiosi. Decreto poi ritirato a furor di popolo, ma ripreso come disegno di legge nei mesi seguenti e tradotto in legge nell’agosto ‘95 coi voti di destra e sinistra (contrari Verdi e Lega).
Ed ecco il racconto di Lo Verso: “Provenzano mi confidò che Dell’Utri si era messo in contatto con i suoi uomini e aveva di fatto sostituito l’onorevole Salvo Lima nei rapporti con la mafia. ‘Per questo – aggiunse Provenzano – nel 1994, a seguito degli accordi raggiunti con lui, ho fatto votare Forza Italia’”. Lo Verso temeva di essere scoperto, quando ospitava Provenzano in casa sua, ma Binnu lo rassicurò: “Stai tranquillo, sono protetto dai politici e dalle autorità. In passato sono stato protetto da un potente dell’Arma. Non ti preoccupare, a me non mi cerca nessuno. Meglio uno sbirro amico che un amico sbirro”.

1995. Racconta il colonnello del Ros Michele Riccio che un mafioso suo confidente, Luigi Ilardo, gli svela di dover incontrare Provenzano il 31 ottobre in un casolare di Mezzojuso (Palermo). Riccio avverte i superiori – sempre secondo il suo racconto, ritenuto credibile dai pm – il nuovo comandante del Ros Mario Mori e il suo braccio destro, colonnello Mauro Obinu, fanno in modo che il blitz fallisca e Provenzano resti libero e latitante. Per quest’accusa Mori e Obinu sono imputati a Palermo per favoreggiamento alla mafia, reato aggravato dalla volontà di favorire Cosa Nostra e dall’aver coronato la trattativa con Provenzano avviata tre anni prima tramite Ciancimino. Resta il fatto che Provenzano, il latitante più ricercato al mondo dopo la cattura di Riina, sarà libero di andare più volte a trovare don Vito, agli arresti domiciliari a Roma (e dunque teoricamente sorvegliato a vista dalle forze dell’ordine), a bordo del suo Maggiolone Volkswagen, sotto le mentite spoglie di “ingegner Lo Verde”. Come se, grazie alla trattativa, fosse diventato un intoccabile.

1996-2011. Negli ultimi 15 anni la mai conclusa, anzi eterna trattativa Stato-mafia ha rifatto capolino infinite volte, sopra e sotto il pelo dell’acqua. I numerosi disegni di legge per la revisione dei processi, la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara (1997, centrosinistra), le numerose proposte di abolire l’ergastolo (addirittura approvate per pochi mesi nel 1999, sotto il governo D’Alema), le continue manovre al Dap per favorire la “dissociazione” dei mafiosi a costo zero (contrastate da magistrati coraggiosi come Alfonso Sabella e denunciate ancora di recente dal giudice Sebastiano Ardita), l’indulto Mastella del 2006 esteso ai reati dei mafiosi diversi da quelli associativi (ma compresi per esempio il voto di scambio e i delitti propedeutici alla commissione di quelli più gravi), l’ambigua legge del secondo governo Berlusconi che stabilizza il 41-bis rendendone di fatto più facili le revoche, la norma del 2009 che ha svuotato il sequestro dei beni mafiosi prevedendo la possibilità di metterli all’asta (cioè di farli ricomprare dai prestanome dei mafiosi), i tre scudi fiscali sul rientro dei capitali sporchi in forma anonima: sono tutti regali a Cosa Nostra, tentati o realizzati, che autorizzano il sospetto di un terribile “non detto” che attraversa inquinandola tutta la storia della Seconda Repubblica. Come se il papello entrasse, scritto con l’inchiostro simpatico, nei programmi di ogni governo di ogni colore.
Il tutto condito da continui richiami, messaggi e avvertimenti dei boss: dal comizio dalla gabbia di Bagarella sulle “promesse non mantenute” ai messaggi allusivi di Riina sulle “stragi di Stato”, dallo striscione allo stadio di Palermo “Berlusconi dimentica il 41-bis” alle ambiguità dei fratelli Graviano, che giocano al poliziotto buono e al poliziotto cattivo. L’uno, Filippo, dà del bugiardo a Spatuzza; l’altro, Giuseppe, dice di portargli “rispetto” e si riserva eventualmente di parlare quando avrà ottenuto condizioni carcerarie migliori.
Infine, quando Massimo Ciancimino squarcia il velo dell’omertà che copre le tre trattative, è investito da uno scatenamento politico-mediatico che con ogni probabilità lo induce a “suicidarsi” processualmente con il famoso documento falso contro Gianni De Gennaro, screditando così, almeno mediaticamente, tutte le sue rivelazioni riscontrate e le decine di documenti paterni già periziati come autentici dalla Polizia Scientifica. Intanto, mentre i mafiosi e i figli dei mafiosi parlano, decine di politici e “servitori dello Stato” ritrovano improvvisamente la memoria, ricordando cose taciute o negate per quasi vent’anni, ma solo se costretti a parlarne.
Ce n’è abbastanza, in un paese serio o perlomeno decente, per scatenare l’informazione e la politica pulita alla ricerca della verità. E per istruire un grande processo di Norimberga. Non alla mafia, che ha già avuto i suoi. Ma allo Stato.

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I CARABINIERI PRONTI ALLO SCIOGLIMENTO – quello che viene nascosto al Popolo Italiano

CARABINIERI VERSO LO SCIOGLIMENTO
L’Unione Europea impone la smilitarizzazione della quarta Forza Armata e l’accorpamento dei
Carabinieri alla Polizia di Stato.
10 gennaio 2012
Sembrerebbe una notizia inattendibile , invece è vero. L’Arma dei
Carabinieri in un futuro più o meno prossimo, ma certamente non remoto, è destinata ad un
inevitabile scioglimento: Benemerita addio, è solo questione di tempo e di trattative politiche.
A molti verrà un groppo in gola, sono già entrati nella storia il gruppo
leggendario Crimor, appartenente al Ros, protagonista dell’arresto del capo dei capi, Totò Riina,
capitanato da Ultimo, o le investigazioni scientifiche del Ris agli ordini colonnello, ora generale in
congedo, Luciano Garofalo, per non parlare del delizioso ‘I racconti del maresciallo’ di Mario
Soldati.
Un colpo di spugna sui militari caduti in servizio, ma pure sulla figura paciosa e tranquillizzate
del maresciallo comandante della stazione di paese, autorità riconosciuta insieme al sindaco e
al farmacista, un pò buon padre di famiglia, un pò tutore della legge, filosofo e psicologo, che
sapeva dosare perfettamente il bastone e la carota.
Sono annosi ormai i richiami del ministero dell’Interno in merito alla necessità di una riforma che
veda una reale unificazione delle Forze di Polizia con il contestuale passaggio dell’Arma alle
dipendenze di tale dicastero. Al contempo, si susseguono le esternazioni in senso contrario del
ministro della difesa che giura, invece, che i carabinieri resteranno alla Difesa. Versione non del
tutto inesatta, i Carabinieri in quanto tali, sopravviverebbero con un’aliquota destinata a supportare
le nostre missioni all’estero con compiti di polizia militare.
Secondo la Ue e il ministero dell’Interno la militarità dell’Arma non è quindi vista come necessità
di combattere più efficacemente la criminalità, dal momento che il codice di procedura penale
stabilisce modalità di intervento uguali per tutte le Forze di Polizia, aggiungendo che non è
ammissibile che le stesse forze dell’ordine si occupino di ordine pubblico dipendendo da
amministrazioni diverse.
Per arrivare ai colpi bassi, ossia ai dubbi sull’efficienza dell’Arma, voci neanche troppo di
corridoio sostengono che con lo scioglimento dell’Arma si spezzerebbe ogni legame con la difesa
che, sempre stando a queste voci, in maniera soffocante e per quasi duecento anni, ha
condizionato destini, carriere ed efficienza di una forza armata che, nonostante il suo impegno,
vede da sempre intere regioni ancora sotto il controllo della criminalità organizzata.
Europa solo la Francia, con la Gendarmerie Nationale, ha una forza di polizia paragonabile ai
nostri carabinieri ma con alcuni tratti distintivi essenziali: il Capo del Corpo è un Direttore civile, i
compiti sono nettamente distinti da quelli della Police Nationale per aree territoriali di competenza
e per specializzazioni.
In Olanda, la Koninklijke Marechaussee, oltre ai compiti di polizia militare ha solo compiti di
polizia di frontiera. In Belgio, la Gendarmerie è stata sciolta ed è confluita nella Police Nationale.
In Spagna, la Guardia Civil, un Corpo di polizia a ordinamento militare, ha tuttavia un Direttore
civile.
Questo è un prezzo da pagare alla globalizzazione, ma un maresciallo di lungo corso con
rassegnazione confessa “Siamo disamorati, ma io un’altra divisa che non sia quella
dell’Arma, non la indosserò mai”.
E’ comunque difficile immaginare un’Italia senza carabinieri, foss’anche solo per le barzellette.
IL CASO
Scorta a tutti i costi
Per 1.500 protetti si sborsano ogni anno 250 milioni di euro.
di Marco Mostallino
Il sacerdote Pino Puglisi, il giornalista Beppe Alfano e il giuslavorista Marco Biagi non avevano la scorta e
sono stati uccisi, i primi due dalla mafia, il terzo dalle Brigate rosse. Loro, lasciati soli come tanti altri
minacciati da pericoli quotidiani eppure non tutelati dallo Stato. Una sorveglianza continua, con tre agenti e
auto blindata da 150 mila euro, è invece assegnata ai giornalisti Emilio Fede e Maurizio Belpietro, ed era
garantita alle ragazze che frequentavano le feste di Silvio Berlusconi ad Arcore e in Sardegna: servizio
armato, con due o tre agenti, e vettura pagata dai contribuenti assicurata sin dallo sbarco all’aeroporto di
Olbia fino a Villa Certosa e ritorno.
OGNI GIORNO 1500 SOTTO SCORTA.
È difficile ricostruire quanto costano le scorte ai cittadini, perché il ministero degli Interni
non hai mai fornito numeri precisi e forse non li conosce nemmeno. Secondo il
sindacato dei lavoratori di polizia Silp-Cgil, in Italia sono circa 1.500 le persone alle
quali ogni giorno è fornito il servizio, ai vari livelli stabiliti dalla legge: dalla protezione 24
ore su 24 fino alla pattuglia che a orari fissati fa un giro sotto casa o accompagna la
persona
solo in determinati tragitti e in momenti precisi della giornata. Anche il costo è difficile da quantificare, perché
il sistema ha un cuore che è l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale (Ucis), allestito al
Viminale, ma è articolato anche con una serie di organismi locali: dai servizi di sorveglianza di Palazzo Chigi,
della Camera e del Senato, sino ai Comitati provinciali istituiti presso le prefetture.
Per le scorte si spendono almeno 250 milioni di euro l’anno
Manca la chiarezza, così il dato ricostruito dai sindacati di pubblica sicurezza parla di una spesa attorno ai
250 milioni di euro l’anno, anche se si tratta di una cifra approssimata certamente per difetto. Anche perché
non tiene conto dei soldi sborsati per l’acquisto delle auto blindate: dalle nove Maserati (ma l’ordine era di
19, poi dimezzate in seguito alle polemiche) comprate dalla Difesa ai tempi di Ignazio La Russa per
proteggere i generali, fino alle Bmw del Viminale capaci di resistere alle raffiche di Kalashnikov.
CIRCA 800 AUTO BLINDATE. Nemmeno qua è possibile avere numeri esatti, ma non è certo esagerato -
ricostruendo da varie fonti – parlare di almeno 700-800 automobili dal costo oscillante tra i 120 e i 180 mila
euro ciascuna, tra il prezzo di listino del modello e i lavori di blindatura necessari allo scopo.
C’è poi il capitolo che riguarda gli uomini impegnati in questo lavoro: si tratta di circa 2.500 al giorno, divisi
tra polizia di Stato, carabinieri, guardia di Finanza, polizia penitenziaria e servizi segreti, senza contare gli
operatori delle polizie municipali e provinciali assegnati alla scorta di numerosi sindaci. Secondo un altro
sindacato, il Siap, questa stima sarebbe fortemente al ribasso, in quanto gli agenti destinati a questi servizi
sarebbero circa 4 mila.
IL PROBLEMA DELLA REVOCA. Claudio Giardullo, segretario nazionale del sindacato Silp-Cgil, spiega
che «l’assegnazione della scorta avviene attraverso una valutazione della gravità e dell’attualità del rischio e
non v’è dubbio che, quando l’assegnazione avviene, una necessità esiste. Ma il vero problema riguarda la
revoca, ovvero il momento in cui questo rischio cessa e si dovrebbe procedere all’interruzione del servizio,
perché il pericolo non esiste più o perché la persona ha cambiato incarico».
Secondo Giardullo, a questo punto interviene «un meccanismo di resistenza da
parte della persona scortata e dell’istituzione alla quale essa appartiene, così
spesso si prosegue in un servizio che non ha più ragione di esistere».
Ed è qua che cominciano gli sprechi. Gli ex presidenti di Camera e Senato, per
esempio, hanno diritto a mantenere auto blindata e angeli custodi, anche se
hanno ormai lasciato la politica: è accaduto con Irene Pivetti e Carlo Scognamiglio
come per altri, accompagnati a spese dello Stato persino a mangiare la pizza o a
partecipare a un convegno.
Il buco nero: una spesa oscillante e la sottrazione di agenti
«Ma il vero problema, soprattutto a Roma», racconta il segretario del Silp «è quello dell’assegnazione delle
scorte straordinarie. Avviene con persone che nella loro città godono di un livello di tutela più basso, ma
quando giungono nella capitale si vedono garantire un servizio di scorta con auto blindata, due o tre uomini, i
quali vengono inevitabilmente sottratti per la giornata al controllo del territorio e per lo più vengono presi
dalle volanti». Questo, spiega Giardullo, è il buco nero: «perché è impossibile quantificare una spesa così
oscillante e perché sottrae personale al lavoro quotidiano di ordine pubblico».
Un meccanismo contro il quale ha protestato anche il sindaco Gianni Alemanno, soprattutto in questi ultimi
mesi in cui a Roma agguati, omicidi, ferimenti e sparatorie sono pane quotidiano mentre le forze dell’ordine
si vedono sottrarre stanziamenti e mezzi.
RISORSE RIDOTTE DI 3 MILIARDI. «Basti pensare», spiega Giardullo, «che in tre anni le manovre del
governo Berlusconi hanno ridotto complessivamente di 3 miliardi le risorse destinate alle forze di polizia,
mentre l’assegnazione delle scorte continua a essere un problema. Il meccanismo tecnico è molto chiaro,
ma è la gestione politica a non esserlo altrettanto».
Secondo il sindacalista, se il meccanismo fosse virtuoso e le scorte venissero revocate quando non servono
più, allora, invece dello spreco, ci sarebbe il risparmio. Ma così non avviene e questo fenomeno si va a
inserire in un settore già provato dai tagli e dove il parco macchine delle forze di polizia non è certamente
all’altezza. «Si spende tanto per le Maserati di La Russa, poi però le altre auto hanno chilometraggi altissimi
e livelli di usura elevati: tutto ciò espone a rischi sia le persone scortate che gli operatori assegnati al
servizio».
Basti ricordare quanto accaduto alla scorta di Emilio Fede: esplosione del cambio automatico della vettura e
due agenti su tre a bordo rimasti feriti.
STIPENDIO DA SCORTA: 1200 EURO AL MESE. È il meccanismo tutto italiano in base al quale si spende
tanto e male, però si investe poco. E si spremono all’osso le persone. Un agente di scorta ha uno stipendio
di circa 1.200 euro netti al mese per turni di servizio di sei o sette ore, più gli straordinari che però,
lamentano i sindacati di settore, non vengono pagati oppure sono liquidati con mesi, se non anni, di ritardo.
Eppure, questi uomini proseguono il loro compito: «Il personale», osserva il segretario del Silp, «svolge un
lavoro molto duro e rischioso e gli va riconosciuto il merito del grande impegno profuso. Non bisogna mai
confondere la gestione politica delle scorte con il lavoro di queste persone, che invece merita il massimo
rispetto e avviene spesso in condizioni difficili a causa dei tagli al settore. Questi uomini non sono coinvolti
negli sprechi, ma ne subiscono anzi le conseguenze negative e i rischi connessi».
Giovedì, 05 Gennaio 2012

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La tragedia di Firenze

Un omicidio , resta un omicidio, con l’aggravante dei futili motivi. Nessuno può togliere la vita ad un altro essere umano, questo ci distingue dalle bestie. Questo omicida, era disturbato mentalmente, tanto da rivolgere l’arma su di se. Le due vittime erano degli esseri umani uccisi barbaramente, senza motivo apparente alcuno. Altra cosa il problema dell’immigrazione, che di certo non si risolve uccidendo gli immigrati, ma con un Governo forte, che ne ordini legalmente l’allontanamento. Inneggiare ad un bieco assassino non fa onore, ma discredito.

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La Lega prepara l’Esercito Padano per la secessione, questo si chiama “”ISTIGAZIONE ALL’INSURREZIONE ARMATA CONTRO I POTERI DELLO STATO

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Astati, Principi e Triari in alto i Vessilli, la Patria ancora una volta ha bisogno di Noi – ANDIAMO VERSO LA GUERRA CIVILE – LA LEGA NORD VUOLE L’INDIPENDENZA, NOI GIURIAMO SOLENNEMENTE CHE LO IMPEDIREMO……….DIFENDENDO LA PATRIA ANCHE IN ARMI….SQUILLI DI TROMBE , RULLIO DI TAMBURI, LE LEGIONI SI STANNO RADUNANDO

Squadroni di Protezione - IN NOI SOLTANTO PRESIEDE IL FUTURO DELLA NAZIONE

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Traditori della Patria

Traditori della Patria

GIURAMENTO ALLA NAZIONE ITALIANA
“Io, giuro fedeltà e obbedienza e di eseguire gli ordini del nostro Capo, e di tutti i Capi da Lui indicati, e di servire con tutte le mie forze, e se necessario con il mio sangue, lo Stato Italiano. Per il bene dei nostri fratelli, dei nostri figli e della nostra grande Nazione, lotterò fino alla morte, affinché non prevalga più l’ombra del male su di noi. Dio, fa che non tema il mio nemico, sarà il mio nemico a dovermi temere, perché mosso da questo sacro compito. Guida i miei passi con la Tua mano, e fammi osare laddove mi sembra irraggiungibile.”

E che tutto ciò si avveri con l’aiuto di DIO

IN NOI SOLTANTO PRESIEDE IL FUTURO DELLA NAZIONE

Astati, Principi e Triari

in alto i Vessilli, la Patria ancora una volta ha bisogno di Noi…

La mia spada scintillante e la mia mano si leveranno per giudicare. Io mi vendicherò dei miei nemici e punirò coloro che mi hanno perseguitato. O Signore accoglimi nella schiera dei tuoi santi e noi saremo come tuoi pastori per te o mio Signore tu ci hai investito della tua potenza siamo pronti ad eseguire ciò che tu comandi faremo scorrere fiumi di sangue riportando a te schiere di anime perse . In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti

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SENSAZIONALE……………..ARRESTATI GLI AMICI DI MIMMUZZO RATTA RATTA…..ERANO NDRANGHEDISTI, COSI COME AVEVAMO SCRITTO IL MESE SCORSO, AVEVAVAMO OMESSO NATURALMENTE I NOMI, ORA LO POSSIAMO DIRE ERANO I FRATELLI & CUGINI GIGLIO…………aahahahahha aahahhahahah boccaccia mi statte zitta…..aahahha aahhha

Tra le persone che circolano attorno all’on. Domenico Scilipoti, i nostri “Servizi di Sicurezza interni” hanno “attenzionato” due fratelli faccendieri legati al gotha della Ndrangheta calabrese, per esempio, la cosca Alvaro di Sinopoli a Reggio Calabria, la famiglia Lampada ed altre, più o meno, blasonate.  Il gruppo familiare dei due fratelli faccendieri è molto allargato, vi sono magistrati, avvocati e funzionari di importanti uffici con sede a Reggio Calabria. Uno di questi è stato attinto da colpi di pistola in un agguato di tipo mafioso, gli inquirenti sospettano che forse chiedeva tangenti ad imprenditori legati a doppio filo con la ndrangheta.I due fratelli faccendieri sono ben inseriti anche in Lombardia e sono rientrati in indagini della DDA per l’EXPO di Milano. Logge massoniche e cricche affaristico-mafiose sono i gruppi che i due fratelli, amici di Domenico Scilipoti, amano intrattenere rapporti. Si chiamano fratelli…………..ORA LO POSSIAMO DIRE…….GIGLIO & CUGINI PIU’ MASSOSERVIZI DEVIATI……….si, si, si, Signora Boccassini, le diamo un’imbeccata molto interessante…..tra qualche giorno…..

p.s. Premiata ditta Lambertow,volpe, mancini……questo perchè sono millanatatore…….ciao caroooooo

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QUANDO IL ROSSO E IL NERO SI FONDERANNO SI ACCENDERA’ IL SOLE NERO

QUANDO IL ROSSO E IL NERO SI FONDERANNO SI ACCENDERA’ IL SOLE NERO
Continua s stupire il quadro medianico Michael’s gate ,che ci comunica attraverso una catena di potentissimi medium Italiani una profezia molto particolare. Il Portavoce dei Medium afferma in una nota: “entro un anno avremo in Italia una sanguinosa guerra civile,da questo caos che minera’ la nostra identita’ nazionale sorgera’ un Salvatore proveniente dalla terra dei normanni mettera’ in catene mezzo parlamento ormai corrotto e al servizio di potenze straniere e ridara’ all’italia una nuova identita’ nazionale con una nuova moneta che si chiamera’ cultura”.Il Salvatore e’ gia’ al lavoro si conosce la lettera iniziale del suo cognome e’ la S.Le legioni del salvatore si riconosceranno dal sole nero simbolo di distruzione e ricostruzione.
Milioni di esseri morti per un Italia unita starebbero preparando dall’aldila’ la venuta di questo nuovo Cesare.
Michel’s Gate e’ un opera eseguita al buio durante un esperimento medianico avvenuto circa dieci anni fa.
In dieci anni sono state registrate decine di testimonianze riguardo gli strani e misteriosi effetti che avvengono a chi osserva il quadro con una certa concentrazione. Ad oggi secondo alcuni esperti, sembra che l’opera Michael’ Gate sia una sorta di interruttore che mette in contatto alcune persone con la loro parte inconscia.

Un noto esperto di esoterismo ha affermato: “Michel’s Gate e’ un potente eggregore che va trattato con molta cautela, puo’ generare cose molto positive ma bisogna andarci piano”.
Cha cosa e’ una eggregore?
“Un egregore è un’entità collettiva creata dal pensiero di tutti gli individui appartenenti a un raggruppamento, a un popolo, oppure a una religione; per esempio… i loro pensieri, i loro desideri che vanno tutti nella medesima direzione formano un egregore impregnato, nutrito, modellato da quella collettività.
Tutte le religioni, tutti i movimenti spiritualisti hanno la loro. Lo stesso accade per i movimenti politici. A volte, in alto, quegli egregori combattono fra di loro a chi sarà il più forte.
Ogni egregore aiuta la comunità che lo ha formato: esso è uno straordinario serbatoio di energie. Inoltre possiede una forma simbolica, spesso quella di un animale: orso, tigre, gallo, aquila, colomba, ecc.
Ma l’essenziale consiste nel comprendere come si può formare un egregore potente che lavori nel mondo, che aiuti e illumini le creature. Solamente, attenzione: si può anche essere puniti e fulminati da un egregore se si ha tradito l’ideale che rappresenta. Sì, gli egregori si vendicano contro i membri che li hanno traditi”. (4)

L’energia mentale/emozionale, creata da un partito politico, una setta od un gruppo, deve la sua forza al fatto che gli aderenti a quell’ideologia mantengono vivi tali pensieri nella propria mente.

Perche’ Michael’s Gate e’ cosi potente?
L’inconscio parla e reagisce con immagini e la percezione di queste ultime
è una prerogativa dell’emisfero destro. Man mano che un monoideismo
coinvolge la nostra attenzione, le facoltà logico-ragionali abbassano la
guardia. Nelle terapie ipnotiche il monoideismo è spesso concretizzato in
una o più immagini. L’immagine mentale è talmente efficace che si è
potuto osservare come le aree cerebrali che si attivano facendo un
movimento, reagiscono nello stesso modo anche quando ci limitiamo ad
immaginare quell’azione

Come collegarsi mentalmente MICHAEL’S GATE?
Un collegamento mentale al quadro Michael’s Gate permette alla persona d’assorbire (tramite un fenomeno di risonanza) grandi quantità di energie positive.
queste energie sono generate da tutti coloro che meditano sul quadro piu’ siamo piu’ forza ci restituisce l’immagine.
Le energie generate:
•Sono utilizzate dal corpo come protezione contro energie negative. Sapere che la ha uno scudo energetico fa sentire sicura anche la persona e meno vulnerabile.
• Conferiscono all’individuo una maggiore carica psicoenergetica .
• Allontanano paure e non fanno sentire più sola la persona .•
Aumentano la propria forza interiore. Sono utilizzate dal corpo come protezione contro energie negative..
Il collegamento energetico al quadro Michael’s Gate si fa attraverso la meditazione, la preghiera o il pensiero positive (10 minuti al massimo possibilmente osservando l’immagine ). In quei momenti visualizziamo il quadro Michael’ Gate immaginando la sua immensa riserva d’energia e richiediamo con
forte convinzione l’evento desiderato.
Permettiamo quindi all’energia di Michaels’ Gate di scorrere dentro di noi, manifestandosi spontaneamente in quelle qualità delle quali abbiamo in quel momento più bisogno .
È importante pensare che l’energia agisce sempre su di noi, anche al minimo tentativo di collegamento al quadro , e che non è possibile fare errori. L’intenzione dell’azione stabilisce già il collegamento.

Dalla terra dei Normanni, mosso da visione politica, mise in ceppi e catene l’anticristo, come era suo uso e consuetudine.Questo dice la profezia.

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Ci sarà una guerra civile in Europa. ……..I DEMONI SONO GIA’ TRA DI NOI…..ma loro che conoscono a memoria il Corano, la Sira (la biografia ufficiale di Maometto) e la Sunna (i detti e i fatti attribuiti a Maometto), ci dicono esplicitamente che si tratta di un’ideologia demoniaca incompatibile con la nostra umanità.

Toccherà ai cristiani fuggiti dall’islam salvare l’Occidente
L’atteggiamento tollerante con i musulmani è sempre più pericoloso. Il loro unico obbiettivo è dominarci
di Magdi Cristiano Allam – 28 novembre 2011
Ci salveranno i cristiani fuggiti dall’islam e rifugiati in Occidente. Le nostre Chiese si fanno in quattro per promuovere il dialogo con i mufti, gli ulema e gli imam al punto da relativizzare il cristianesimo accreditando la tesi delle tre grandi religioni monoteiste, rivelate e abramitiche, ma loro che conoscono a memoria il Corano, la Sira (la biografia ufficiale di Maometto) e la Sunna (i detti e i fatti attribuiti a Maometto), ci dicono esplicitamente che si tratta di un’ideologia demoniaca incompatibile con la nostra umanità.

I nostri cardinali, vescovi e sacerdoti tradiscono la fede nella verità assoluta in Cristo come sigillo della profezia e compimento della rivelazione al punto da concepire che la legittimazione dell’islam e la costruzione delle moschee sia parte della loro missione cristiana, ma loro che hanno subito sulla loro pelle le discriminazione, la persecuzione e il massacro perpetrati dai musulmani ci condannano come aspiranti suicidi.

Ho conosciuto la scorsa settimana a Bruxelles monsignor Charles- Clément Boniface Ozdemir, detto padre Samuel, della Chiesa sirocattolica, nato in Turchia e cittadino belga, personaggio focoso e carismatico che si è scontrato con la Curia cattolica, ha vinto un processo intentatogli per diffamazione dell’ islam e ha partecipato alle elezioni locali con una propria lista. Lo scorso 7 novembre avevo conosciuto a Parigi il gruppo di cristiani arabi che gestisce la televisione Al Hayat (La vita) la cui sede principale è a Seattle nello Stato di Washington, partecipando come ospite alla trasmissione di punta Al Dalil (La prova). Sono due realtà che affrontano in modo diverso il rapporto con l’islam, ma concordano sia sul fatto che si tratta di un’opera del demonio siasul fatto che la nostra missione come cristiani è essenzialmente quella di conoscere e di far conoscere la verità del Corano e di Maometto. Ed è evidente che sono loro a potersi assumere l’onere di questa missione dal momento che conoscono l’arabo, hanno studiato i testi fondamentali dell’islam e hanno il coraggio di affermare pubblicamente la verità finendo per convertire al cristianesimo molti musulmani.
Ho incontrato padre Samuel nel mio ufficio nel Parlamento Europeo e sono rimasto subito impressionato dalla spontaneità e dalla chiarezza della sue posizioni di netta condanna dell’islam, definito una falsa religione opera del demonio, ispirato da un criminale assetato del sangue dei cristiani, degli ebrei, degli apostati e di tutti coloro che non si sottomettono all’islam complessivamente condannati come infedeli. Afferma senza esitazione che se lui avesse scritto oggi il Corano sarebbe stato arrestato e condannato per apologia di odio, violenza, morte, discriminazione, razzismo e terrorismo. Ha sostenuto in televisione che la proliferazione delle moschee è peggiore della proliferazione delle centrali nucleari e che dietro a ogni islamico che si attiene rigorosamente al dettame del Corano e all’esempio di Maometto vi è un potenziale terrorista. È convinto che i musulmani in Europa non siano integrabili e che il loro vero obiettivo è insediarsi, radicarsi per sottometterci all’islam.

È contrario ai matrimoni misti tra cristiani e musulmani. Ha avuto 45 famigliari uccisi dai musulmani e dice con convinzione: «Io li conosco bene. Sono falsi, ipocriti e perfidi. Dicono di volere il dialogo e la convivenza ma ciò che vogliono è costringerci a sottometterci all’islam. Tareq Ramadan ( il più celebre ideologo dei Fratelli Musulmani in Europa) afferma che i musulmani «offrono » l’islam agli europei ma non lo impongono. Hanno una lingua biforcuta per opportunismo. La dissimulazione delle loro reali intenzioni ( taqiya) è legittimata dal Corano e da Maometto».

A differenza del gruppo di cristiani arabi che gestisce la televisione Al Hayat e che sono convinti che l’islam un giorno finirà quando i musulmani conosceranno ciò che è scritto nel Corano e chi è stato Maometto, che pertanto la nostra missione è di far conoscere i testi fondanti dell’islam ai musulmani, padre Samuel non crede affatto in questa possibilità: «Anche se prendono atto che nel Corano si ordina di uccidere i non musulmani, loro l’accettano acriticamente perché l’ordine viene da Allah e Allah non può sbagliarsi». La conclusione a cui approda padre Samuel è catastrofica: «Ci sarà una guerra civile in Europa. Di ciò non ho alcun dubbio». Questa guerra civile sarà causata dalla volontà egemonica dei musulmani. «Noi siamo determinati a prepararci alla battaglia per difendere il cristianesimo.
Gli europei e la Chiesa cattolica non conoscono l’islam. Purtroppo anche gli islamologi cattolici che ispirano le scelte della Chiesa sono filo-islamici. Per conoscere l’islam bisogna averci vissuto, essere dentro la realtà dell’islam e il vissuto dei musulmani. Noi cristiani fuggiti dall’ islam lo conosciamo bene. Saremo noi a difendere il cristianesimo in Europa e a salvare l’Europa dalla nuova dominazione islamica».

Sono d’accordo sul fatto che gli europei in generale e la Chiesa in particolare non conoscono o semplicemente hanno paura o addirittura sono collusi con l’islam, essendo ormai succubi dell’ideologia del relativismo che porta a legittimare l’islam a prescindere dai suoi contenuti come religione di pari valore e dignità dell’ebraismo e del cristianesimo. Ma sono convinto che noi italiani e noi europei possiamo, anzi dobbiamo, riscattare la nostra civiltà laica e liberale dalle radici giudaico-cristiane affermando e facendo rispettare un modello di convivenza fondato sulla condivisione dei valori non negoziabili della sacralità della vita, della dignità della persona e della libertà di scelta, nonché sulla certezza delle regole che si traducono in diritti che salvaguardano tutti senza alcuna discriminazione ma anche doveri che vincolano tutti senza alcuna eccezione.
La nostra vera missione è salvarci dalla dittatura del relativismo e del materialismo per fortificarci dentro e vincere la sfida epocale contro gli adoratori di Allah e del dio denaro.

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le misteriose, inquietanti, sinistre…. profezie……..che qualcuno però conosce!!!!……………..sa cosa accadrà…………indaga Giannini magari con volpe&mancini……..

La profezia.....che qualcuno però conosce............

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Intervista:Le Iene…con il Leone……

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